All’ombra di Beethoven

L’Ottocento austro-tedesco è dominato dal mito beethoveniano. Schubert nutriva per il Maestro di Bonn un’autentica venerazione e lo stesso avvenne per Brahms, che impiegò ventun anni a completare la Prima sinfonia, bloccato dal confronto con un mito decisamente ingombrante. È significativo che sia Brahms sia Schubert abbiano voluto citare l’Inno alla gioia della Nona beethoveniana, Brahms proprio nel finale della Prima sinfonia, Schubert nel secondo tema del finale della sua Nona, composta nel 1825. Il rapporto di Schubert con Beethoven è comunque problematico, se si considera che negli anni Venti dell’Ottocento entrambi i compositori vivevano a Vienna, l’uno però venerato come un semidio (burbero e intrattabile, ma sempre un semidio), l’altro quasi del tutto ignorato, se non per il genere del Lied. È nota la lettera del 1817 in cui il compositore tedesco Franz Anton Schubert, omonimo del Nostro, si lamentava con l’editore Härtel che qualcuno a Vienna usasse il suo nome!
La Nona sinfonia schubertiana, passata alla storia come La grande, fu scoperta da Schumann a casa del fratello del compositore nel 1839 e nello stesso anno venne eseguita a Lipsia grazie a Mendelssohn (destino peggiore toccò alla Sinfonia Incompiuta, eseguita per la prima volta solo nel 1865). Ad ascoltare i corni in apertura del primo movimento o il tema assertivo del movimento finale, l’appellativo La grande si rivela quanto mai appropriato, però nello stampo “eroico” beethoveniano Schubert immette una materia sfuggente e umbratile. Questa materia traspare già nel primo movimento e si manifesta con evidenza nel tema dell’oboe del successivo Andante con moto (anche il tema principale della sinfonia Incompiuta è affidato agli oboi, insieme ai clarinetti). E l’energia beethoveniana dello Scherzo lascia spazio, nel Trio, ad un tema di valzer campestre, che suona tra il ruvido e il malinconico.
Nel Concerto per violino composto da Brahms nel 1878 (la prima esecuzione si ebbe a Lipsia il 1 gennaio del 1879, solista Joseph Joachim), il modello beethoveniano è palese, fin dalla tonalità (re maggiore, la stessa del Concerto per violino di Beethoven). Gli eroici furori delle prime battute, però, si stemperano presto in un’atmosfera di purissimo lirismo, culminante nell’ispirato Adagio centrale. Il risultato è una pagina straordinaria per la bellezza melodica (indimenticabile il secondo tema dell’Allegro ma non troppo), per il fascino timbrico (originalissimo il trattamento dei legni) e non ultimo per il virtuosismo, sotto il cui segno è da ascrivere l’Allegro giocoso conclusivo, animato da un trascinante ritornello di sapore ungherese.

Luca Segalla