Aspetti della musica russa del ‘900: in bilico tra ironia, cubismo ed epos

Dopo la vasta Settima Sinfonia (detta “Leningrado”) e la sfortunata Ottava sottoposta a censura, è tra il 26 luglio e il 30 agosto 1945 che Šostakovič compone la Nona, lavoro conciso dai nitidi profili; Mravinskij la diresse a Leningrado il 3 novembre. Pagina costellata di croccante ironia, pare richiamandosi allo spirito di Haydn, quasi il contraltare della Sinfonia classica di Prokof’ev. Qualcuno intravide un offensivo affronto ai combattenti periti, ma superata l’impasse “diplomatica”, la Sinfonia entrò in repertorio riscuotendo ovunque consensi: con la trasparenza dei tempi veloci «dagli atteggiamenti clowneschi» che occhieggiano «all’umorismo rossiniano» e al côté più leggero di Čajkovskij. In apertura un Allegro parodistico e scanzonato, per contro un Moderato giocato sull’evocazione d’un valzer dal ritmo instabile e un brevissimo Largo di intensa drammaticità. Se il Presto è un “graffiante” Scherzo dal caricaturale galop, con le sue burlesche sortite l’indimenticabile Allegretto ricalca certi tratti della Prima Sinfonia e la Polka scritta per il film La giovinezza di Maksim (1934).
Frutto giovanile di un Prokof’ev in stato di grazia, il Primo concerto per violino (1916-17) è opera impregnata di sognante lirismo. La première (con Marcel Darrieux) ebbe luogo a Parigi il 18 ottobre 1923 per la direzione di Koussevitski. Un tema struggente apre il Concerto, poi ecco inquietanti trilli, inflessioni zigane e una zona tipica dello stile “grottesco” di Prokof’ev, quasi perpetuum mobile, giù giù sino alla cadenza e da ultimo il solo che si mantiene a lungo all’acuto, librandosi in un clima ultraterreno. Lo Scherzo si presenta vivace e fin bizzarro, con ritmi di marcia, frasi sghembe e acuminate come schegge di vetro, a delineare un clima cubista. Nel Finale tratti robusti, limpidi incisi melodici e zone rarefatte dal suono denaturato si alternano più volte con mirifica souplesse. Quanto ad Aleksandr Nevskij nasce nel 1938 come colonna sonora dell’omonimo film di Ejzenštejn, genio della cinematografia sovietica. Prokof’ev, all’apice della notorietà, ne ricavò poi un’imponente cantata eseguita con grande successo a Mosca il 17 maggio 1939, sotto la direzione dell’autore. Vi si narra del principe Aleksandr, detto “Nevskij” che nel 1240 sconfisse gli Svedesi lungo la Neva; il popolo lo invoca ancora quando il nemico s’identifica coi Cavalieri teutonici ed egli guida la cruenta battaglia sul lago Peipus. Facile immaginare come, dinanzi alle incombenti minacce del regime nazista, il leggendario Nevskij assuma il ruolo di simbolico baluardo della resistenza sovietica. Nel raggelato I quadro ecco la desolazione della Russia oppressa dai Mongoli, nel secondo un solenne canto corale amplifica alquanto l’epos narrativo; poi la tetra raffigurazione dei Crociati evocati con monocromo salmodiare («Peregrinus expectavi») e lividi rintocchi di percussioni, quindi la sorgiva spontaneità del canto russo (IV quadro). Il climax è nel vigoroso affresco della battaglia sul ghiaccio: irresistibili l’urto immane delle masse sonore e l’estenuata dolcezza delle estreme misure. Poi la spettrale evocazione del campo della morte con l’afflitta trenodia della voce femminile e, da ultimo, ecco riapparire il canto di Nevskij nello spettacolare VII quadro di inarrivabile resa.

Attilio Piovano