Bach nei suoi concerti: un atteggiamento intellettuale

24 marzo 1721: J.S. Bach chiude i concerti dedicati al margravio Christian Ludwig di Brandeburgo, databili tra il 1717 e il 1720, nel proficuo periodo di Köthen, dove era Kapellmeister. Fu il musicologo tedesco Philipp Spitta a denominarli Brandeburghesi, mentre il titolo originale recita: Six Concert avec plusieurs Instruments, dando una preziosa informazione. Il prevalente taglio solistico non basta però a considerarli come ciclo unitario: più probabilmente sono opere assemblate a posteriori. Lo confermerebbe l’eclettismo degli stili, italiano, francese, tedesco, il carattere polifonico, omofonico, danzante, il rigore contrappuntistico, il numero e il ruolo dei movimenti mai uguali. In questo catalogo è tuttavia possibile una macro-divisione: nei concerti nn. 1, 3 e 6 la struttura d’insieme (fiati e archi) è rotta solo da sporadici interventi solistici, e nei concerti nn. 2, 4 e 5 domina la relazione tipica tra “ripieno” (il gruppo orchestrale più folto), “concertino” (il gruppo più esiguo dei solisti) e un solista di rilievo.
Il Concerto n. 1 conferma tale ripartizione, nonostante l’esigua presenza solistica di un “violino piccolo alla francese”. Al carattere festivo da sinfonia en plein air del primo e terzo movimento, divisi da un elegiaco Adagio, risponde la sequenza elegante di due danze, minuetto e polonaise, combinate con la ripresa ciclica del trio. Nel Concerto n. 2 – con un insolito concertino, formato da tromba piccola in fa, oboe, flauto a becco e violino – si notano maggiori affinità con lo stile vivaldiano, nel profilo tagliente dei temi e del ritmo, e nella struttura “a ritornello” dei movimenti rapidi. Su tutto spicca l’inconfondibile sigla bachiana di un fulgido contrappunto. Un insieme di soli archi caratterizza il Concerto n. 3: due movimenti di Allegro separati da una cadenza e con una scrittura omogenea e compatta, dalla forte tensione propulsiva. Il Concerto n. 4 sceglie la via del virtuosismo, con un violino nel ruolo principe di concertino, stemperato nella pastosità di una coppia di “flauti in eco”, tra fioriture, passaggi di bravura e fascinosi giochi d’eco. Il Concerto n. 5 si distingue per un inedito impiego del clavicembalo come strumento concertante, messo in dialogo con flauto e violino e a tratti unico protagonista. Il Concerto n. 6, con il singolare organico di due viole da braccio, due viole da gamba, violone e cembalo, offre una sonorità sobria e omogenea che evoca per certi versi il consort elisabettiano, cui fa fronte un’articolata tessitura contrappuntistica.
Un atteggiamento intellettuale sereno ed energico caratterizza i sei concerti: pagine in cui mestiere e ispirazione, logica ferrea e diletto trovano perfetta sintesi.

Monica Luccisano