Dall’Italia agli USA, tutto d’un fiato

Sul peso del timbro nei processi compositivi non molte sono le testimonianze altrettanto immediate e vivide quanto quella di David Maslanka. «Il suono di uno strumento è l’essenza di un modo di percepire, di sentire. È un distillato ossimorico di esperienza sensoriale e di significato, è la pietra di paragone di ogni compositore nella ricerca della propria personale espressione». Una ricerca che il compositore statunitense ha deciso di condurre in gran parte sulla “famiglia” dei fiati e i suoi «colori ben distinti e suoni armonici contrastanti», la cui «texture sonora va ricreata di volta in volta per ogni occasione». Da queste premesse nascono partiture come quella del primo Quintetto (1984) di Maslanka, ricchissima di segni espressivi e agogici, tanto accurati da diventare spesso veri e propri commenti o suggerimenti annotati sopra al pentagramma (indicazioni sui respiri, sui modi di emissione del suono, sulla calibrazione dell’intonazione).
Il programma di stasera ripercorre i passi di altre quattro importanti personalità musicali del secondo Novecento – non semplicemente compositori, ma anche raffinati esecutori, musicologi o insegnanti – che vissero a cavallo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Le loro scelte linguistiche, nel frangente storico dominato dalle avanguardie atonali e dodecafoniche, rivalutarono il lirismo e la cantabilità della melodia, muovendosi prevalentemente nell’orizzonte della tonalità.
Per il milanese Nino Rota e l’americano Samuel Barber il trait d’union con alcuni dei canoni estetici del XIX secolo fu Rosario Scalero, insegnante di composizione da entrambi conosciuto durante gli anni ‘30 al Curtis Institute di Philadelphia. Ma se nella Piccola offerta musicale, scritta nel buio 1943, il debito nei confronti della tradizione è “restituito” attraverso un luminoso omaggio al genio di Johann Sebastian Bach, nella barberiana Summer Music il clima «lento e indolente» – si legge sulla partitura – ricorda l’avvolgente sonorità blues di un Summertime di Gershwin. La sintesi tra generi diversi si fa esplicita nei tre tempi della Suite di Schuller, in cui traspare un chiaro “jazz feeling” dai tipici ritmi sincopati e dalle peculiari dissonanze. Anche i cinque brevi pezzi di Silografie guardano alla modernità della New York anni ’60: quella in cui Vittorio Rieti, anche per via di importanti amicizie (Stravinskij, Prokof’ev, Hindemith tra molti altri), acquistava una notorietà che ancora oggi, a vent’anni dalla morte, è probabilmente più radicata che nella sua Milano.

Laura Mazzagufo