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Koyaanisqatsi - Life out of balance PDF Stampa E-mail
Godfrey Reggio (1940, New Orleans) è un poeta, un grande cultore dell’estetica dell’immagine che con Koyaanisqatsi (1982) ha avuto il merito di ricontestualizzare il genere cinematografico del poema per immagini. Il film rappresenta uno sguardo che esplora il complesso rapporto tra il genere umano e la Natura: esiste un equilibrio tra la perfezione del cosmo e l’Uomo? La risposta è proprio Koyaanisqatsi, una parola della lingua degli Hopi (un’antica tribù dell’Arizona) che indica la vita senza ordine, senza stabilità. L’esperienza visiva di Reggio trova un forte sostegno nella musica di Philip Glass (1937, Baltimora), massiccia ed angosciosa, per rafforzare nello spettatore il senso di responsabilità nei confronti di quella Madre Terra della quale troppo spesso ci si dimentica. Glass è un compositore che ha saputo re-inventarsi innumerevoli volte, regalando al cinema colonne sonore eccezionalmente raffinate per film come The Truman show (1998) e Diario di uno scandalo (2007). Con la trilogia Qatsi (dopo Koyaanisqatsi Reggio ha diretto Powaqqatsi nel 1988 e Naqoyqatsi nel 2002), invece, il compositore si accorda alle profezie degli Hopi trasportando i suoi principi buddisti in una musica che ha la forza della verità ed il misticismo della promessa. La partitura di Glass aderisce pienamente alle emozioni delle immagini di Reggio, completandone il senso. In particolare il compositore utilizza ritmi che appaiono antichi e legati allo spirito universale della natura, voci cantilenanti che rimandano ad una dimensione semi-onirica laddove sono raffigurati spazi aperti e sconfinati, mentre per luoghi chiusi e affollati predilige suoni metallici e pungenti.
Il film si apre con le immagini di una Natura intatta, in cui l’assenza dell’uomo appare del tutto giustificata. Man mano che ci si avvicina al “mondo civilizzato” la maestosità degli edifici crea un senso d’oppressione nello spettatore, che comincia inconsciamente a cercare conferme in un suo simile. Ecco apparire volti che hanno gli occhi di chi non chiede nulla e si aspetta tutto, ecco gli sguardi di chi, consapevole o meno, partecipa al mistero della Vita. È riduttivo definire Koyaanisqatsi una mera denuncia della società moderna in favore della morale ecologista e No-Global. Il film, in senso più profondo, affronta il tema delle immense potenzialità umane, che se sfruttate senza giudizio conducono inevitabilmente allo smarrimento, alla perdita d’equilibrio, a “Koyaanisqatsi” appunto.
Le ultime immagini rappresentano un razzo che parte alla volta dell’infinito universo, ma che a causa di un guasto esplode ricadendo a terra. Una conclusione significativa: l’obiettivo era troppo ambizioso e troppi gli errori commessi dagli uomini. La fotografia di Ron Fricke non solo è straordinaria, ma è alla base dell’intero senso del film, è il punto di raccordo tra estetica e significato. Ed il ritmo delle immagini è perfettamente parallelo alla musica. È interessante come il messaggio di Reggio resti attuale, nonostante la distanza cronologica. D’altronde, si sa, i grandi registi riescono a capire la realtà andando oltre il tempo ed i limiti geografici.

Giulia Colella
studentessa del Liceo Scientifico di Gallarate