I colori del Novecento

La Sonata per due pianoforti e percussioni di Béla Bartók risale al luglio-agosto 1937. Sperimentazione, colore, forma… Quanti i “talenti” espressi! Lo vediamo sin dalla cura con cui Bartók descrive i ruoli strumentali. Per lui la parte ritmica «in molti casi colora soltanto il suono del piano, in altri potenzia accenti importanti, mentre timpani e xilofono suonano temi anche solistici». Nei tre tempi l’ascoltatore è come un viaggiatore sospeso nel tempo; all’inizio incontra un clima inquieto; dopo l’Introduzione lenta ecco un robusto Allegro molto in forma sonata; qui si snodano tre temi, di cui il secondo è una danza bulgara, mentre la terza idea genera un fugato. Nel Lento ma non troppo, un Lied, emerge dalle nebbie una sorta di “melodia della notte”: nell’ambientazione mistica una marcia funebre con tamburi sostiene in modo sommesso il canto elegiaco dei pianoforti. In questo clima nebuloso, sotterranei fremiti fanno da stacco con l’Allegro non troppo, dominato da un flusso inarrestabile, con fresche idee di ascendenza magiara organizzate nella flessibilissima forma del rondò; refrain ed episodi si alternano su spunti gioiosi, profilati da una nuova luce che tutto sommerge annullando le tenebre. Third Construction di John Cage (1941) è un raffinato pezzo per quattro percussionisti; richiede una variegatissima batteria di percussioni, tra cui lattine di varie dimensioni, tom-tom, claves, gong, piatti, campanacci africani e latino americani. Un ampio uso di ostinati, cadenze ritmiche ed una qualità danzante del discorso si dipanano ovunque, per un’esecuzione tecnicamente impervia ma efficacissima all’ascolto. Con Renard ecco il trittico stravinskiano: opera scenica burlesca in un atto per soli e orchestra, presentato all’Opéra di Parigi il 3 giugno 1922, Renard è un vero capolavoro di teatro da camera; le coloratissime Quattro canzoni popolari russe op. 35 per voci femminili (Il giorno dei Santi a Cigisach, Ovsen, Il luccio e Puzisce), su testo di Aleksandr Afanas’ev, risalgono al 1917, mentre Les Noces, Scene coreografiche russe, al 1923. Melos popolare e liturgico russo si mischiano in un lavoro dove l’audace strumentazione interagisce fittamente in modo inclusivo con la voce. Ritmo sillabico, salmodie, incastri politonali e di contrappunto ritmico, intreccio di sintetici intervalli quadro, discanto e principio antifonale sviluppano un quadro policromo di seducente bellezza, al modo di un policromo quadro cubista.

Marino Mora