Le opere di Beethoven per violoncello e pianoforte, tra classicismo e sperimentazione (II)

Beethoven dedicò la Sonata op. 69 all’amico barone Ignaz von Gleichenstein nel 1808, periodo per lui di frustranti avventure sentimentali che gli sconvolgevano l’anima, mentre i successi professionali non risanavano la solitudine e le sofferenze del cuore, e nel manoscritto della sonata si legge: Inter lacrimas et luctum. L’aspirazione sembra qui il modellare organicamente il pensiero musicale attraverso la massima semplicità; la forma appare vigorosa ma il discorso rimane conciso e serrato. La cifra del primo movimento sta nella combinazione tra un sapore antico di polifonia e un carattere eroico, sullo stile solistico del Concerto “Imperatore”. Dopo uno Scherzo di insolita ampiezza, dall’armonia statica e forma squadrata, la voce del violoncello si esprime in un breve e tenero Adagio cantabile in mi maggiore, a preludio all’Allegro vivo finale, un grande rondò-sonata di carattere brillante, carico di slancio e virtuosistica euforia.
Nelle due Sonate op. 102, scritte per la contessa Maria Erdödy qualche anno dopo (1815), è invece evidente quanto egli avvertisse la crisi dello stile classico, tentato di dilatare la forma e convogliarvi il flusso interiore dei sentimenti fino a frantumarne l’unitarietà. Come un dittico del dubbio metafisico, ognuna di esse esalta le contraddizioni dell’altra. La prima, pur fondata sull’unità tonale di un percorso armonico lineare, è formalmente più audace e si apre all’idea di un divenire nel quale i temi sono immersi in uno spazio pressoché narrativo. La frase iniziale del violoncello tornerà evocata come un racconto nel Tempo d’Andante. Intanto la costruzione fluisce per episodi, le idee riprendono il filo del discorso da altri capi e la musica di Beethoven non ha mai avuto tanti echi schubertiani come ora. Ma il terreno dei romantici è sdrucciolo per lui, che ritorna alla ragione costruttiva nella seconda parte e attraverso il carattere meditativo all’Adagio ritrova infine sé stesso nell’Allegro vivace. La libertà del compositore sta nel predominio della musica assoluta, ecco così rinascere l’idea del contrappunto come vertice dell’arte, dispiegato nella prima delle grandi fughe dell’ultimo Beethoven, incomprensibile ai contemporanei: l’Allegro fugato conclusivo della Sonata n. 2, del resto tutta nutrita di prezioso spirito contrappuntistico.
Nel programma di stasera ancora un omaggio a Mozart; per la seconda volta Beethoven è sotto l’incantesimo del flauto magico e in queste 7 brevi variazioni (del 1801) racconta le pene d’amore con profonda grazia e cantabilità, giocosi scambi dialettici tra i due strumenti e accenti patetici che guardano avanti, culminando con il trionfo d’un finale cadenzato di autentico spirito mozartiano, enfaticamente luminoso e divertente.

Federico Scoponi