Prospettive tra Classico e Neoclassico

Il Concerto in re per archi di Igor Stravinskij, scritto a Hollywood nel 1946 fu commissionato da Paul Sacher per il 20° anniversario dell’Orchestra da Camera di Basilea: era la prima richiesta dopo molti anni dall’Europa e Stravinskij lo dedicò «à la Basler Kammerorchester et son chef Paul Sacher». La “prima” si tenne a Basilea il 27 gennaio ‘47, diretta dallo stesso Sacher. Opera in stile neoclassico, ripercorre alcune strutture di epoche precedenti come il concerto grosso barocco, evidenti nel dialogo tutti orchestrale-soli, senza rinunciare a modalità proprie: ad esempio, tutto il pezzo è generato da un’unica cellula, sempre presente in partitura: l’intervallo di seconda minore. Il discorso prosegue per elaborazione dell’idea primigenia sino a coprire il totale cromatico. Le tecniche compositive sopraffine curano il singolo particolare e portano a una visione generale di notevole nitore. Nel Vivace il tema si genera dalla nota ripetuta fa diesis da cui nasce il semitono mi diesis: tutto scorre lieve su accompagnamento lussureggiante. Dopo l’apollineo Arioso cantabile, basato su una elaborazione della cellula primigenia, ecco il Rondò finale con la cellula in espansione che diviene una serie continua di note cromatiche sopra un ritmo sferzante. Un filo rosso lega Stravinskij al Beethoven dell’Ottava Sinfonia, conosciuta come la “Piccola” per la concisione. L’autore russo apprezzava molto un lavoro sottile ed ironico che ben rappresentava il gusto classico e che al tempo aveva del tutto spiazzato la critica: una pagina che guardava indietro ai grandi Maestri come Haydn e Mozart, in una sorta di aurea retrospettiva della perfetta forma e dell’equilibrio: sin dall’Allegro vivace con brio, tutto equilibrio e gioviale soavità, così come nell’umoristico Allegretto scherzando dedicato all’amico Maelzel, l’inventore del metronomo, con la citazione di un canone di Beethoven stesso elaborato sulle parole «Ta-ta-ta, caro Maelzel, addio…», su, su, sino al moderato ma profondo Menuetto e al gioioso Allegro finale. Ancora uno Stravinskij in pieno alveo neoclassico ripercorre il mito antico di Orfeo che scende nell’Ade alla ricerca della moglie Euridice, mito già straordinariamente rivisitato nel ‘700 da Gluck (Orfeo e Euridice). Il balletto, scritto nel 1947, fu realizzato il 28 aprile 1948 alla Ballet Society di New York, con la coreografia di George Balanchine e in prima italiana nel settembre di quell’anno alla Fenice di Venezia. Nella musica vi ritroviamo la consapevolezza dell’autenticità del meraviglioso viaggio della vita, il mistero della Morte e dell’Aldilà: un mito che da sempre ha conquistato e affascinato l’uomo.

Marino Mora